CampLab Recensione

Comune di Campi Bisenzio, CampLab prima fermata. La linea orizzontale della partecipazione, Idest, s.l., 2014, s.i.p., pp. 80

Può sembrare bizzarro recensire un libro che appare poco più che un opuscolo di propaganda politica, ma tant’é: in primo luogo si tratta di una peana alla partecipazione, quindi è giusto verificare quanto le autorità gradiranno quest’esercizio di partecipazione critica; in secondo luogo questo libro è dei cittadini. L’hanno pagato loro. Dunque magari possono anche dire la loro -e magari con una recensione. Di qui la prima osservazione; l’opuscolo contiene 80 pagine, ma le pagine di testo sono solo 55; il resto appartiene a frontespizi, sommari, illustrazioni varie (solitamente brutte, questa va detto). Quindi il brodo è stato allungato parecchio. Gli anonimi autori dei vari scritti contenuti (ma citati a pagina 2) coincidono, con qualche eccezione, con coloro che nei famosi CampLab -di cui diremo- hanno svolto il ruolo di facilitatori. Qui c’è già una prima indicazione per il lettore attento; in un libro che rappresenta un peana alla partecipazione dei cittadini, di cittadini a firmare i testi non ce n’è uno. Ancor più rilevanti sono le eccezioni autoriali; tra gli estensori del testo è citato Carlo Andorlini, che firma qualcos’altro, oltre che l’opuscolo; firma la determina n. 1/2013 del Settore Gabinetto del Sindaco ove si stanziano 7.200,00 euro per pagare i cosi della realizzazione del libello. Quindi gli autori pagano per farsi pubblicare. Come sa chiunque abbia letto il romanzo di Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, in editoria questi si chiamano APS; autori a proprie spese. Con questa notevole differenza, che gli Autori a Proprie Spese pagano di tasca loro la pubblicazione delle proprie opere su cui nessun editore serio rischierebbe mai un centesimo del suo; gli autori di CampLab sono invece ASC; Autori a Spese del Cittadino. Infatti le spese le paghiamo noi.
Qui si annuncia tuttavia un mistero; la citata determina infatti stanzia i famosi 7.200,00 euro per la realizzazione di un libro di 96 pagine. L’opuscolaccio ne conta 80. Che fine hanno fatto le 16 pagine di differenza, per le quali abbiamo pagato? Una spiegazione possibile tuttavia esiste; a pagina 7 gli autori annunciano che “ è stato naturale scrivere di pancia e senza grandi revisioni stilistiche”. Ora, a parte il fatto che l’arte dello scrivere e anche un po’ il naturale rispetto del lettore esigerebbe che la parola scritta (e pubblicata) fosse maggiormente sorvegliata e non fosse sciatta alla maniera in cui uno parla al bar (o in consiglio comunale), nel preventivo della Idest, che puoi ha curato la stampa del libercolo,  è offerto anche il servizio di revisione redazionale dei testi. Immaginiamo l’eroica lotta dei redattori della Idest, intenti a ridare almeno qualche vestigia di senso a discorsi scritti appunti “di pancia”, e a rappezzarne la grammatica. Che sia andata a finire con sedici pagine di tagli di testi impubblicabili, come escluderlo? Tuttavia, neppure la fatica più improba del maggiormente valoroso redattore la vince sulla sciatteria dell’autore. E nell’opuscolaccio si vede. Un esempio breve, e neppure il peggiore, a pagina 7, ove viene impiegata la metafora “far luce chiaramente”. Che superficialità di linguaggio! Come se fosse possibile far luce oscuramente. Son parole buttate lì, un tanto al chilo (a 7.200,00 euro ogni 96 o 80 pagine, per l’esattezza).
Cosí si passa ai contenuti, anzi al contenuto, dato che oggetto dell’operina è la partecipazione e il modo mirabile in cui si  è manifestata in quel di Campi Bisenzio mercé la meravigliosa esperienza della campagna elettorale del candidato Emiliano Fossi e della successiva giunta dopo la di lui vittoria alle amministrative. Per essere il tema di 55 pagine scritte, tuttavia, la partecipazione soffre di una singolare forma di evanescenza. Non se ne trova una definizione precisa nemmeno con il lanternino. In compenso abbondano le definizioni negative. La partecipazione non è concertazione (“non si tratta di discutere con le varie categorie economiche, con i sindacati, con gli ordini professionali…”, p. 11); “non  è uno strumento che si sviluppa a scapito di qualcuno o qualcosa” (p. 14);  non sostituisce la delega politica né  è sostitutiva di dettati giuridici o normativi (p. 16). Tutto questo è molto rassicurante, ma magari il cittadino, che caccia i famosi 7.200,00 euro, vorrebbe sapere non per che cosa non ha pagato, ma per che cosa.
Dal momento che, avvolta da parole sfocate come da una nebbia pesante e malsana, la partecipazione non si appalesa mai, vediamo se riusciamo a stanarla per via negativa, come faceva i teologi medievali. Ora, perché la partecipazione non sarebbe concertazione? Qui la risposta è chiara: perché categorie economiche, sindacati, gli ordini professionali, e mettiamoci pure i comitati, sono deboli per rappresentanza (p. 11). Essendo soggetti rappresentativi deboli, il comune, che è debole per conto suo, non deve concertare. Qui c’è un equivoco di fondo grosso; le parti sociali non sono istituzioni, ma associazioni private che rappresentano interessi collettivi. La loro debolezza rappresentativa sta nel fatto che rappresentano interessi che non esistono più, o che sono conflittuali. La crisi di rappresentanza del comune, che invece non è un’associazione privata ma un’istituzione,  è una crisi  politica; vuol dire che parte della comunità si è staccata da quella istituzione. La  povertà linguistica induce qui a una confusione di idee. La  comunità insomma non  è  più unanime, ma esprime anime diverse in potenziale disaccordo tra loro non più riconducibili all’unità dell’istituzione. Magari concertare aiuterebbe a colmare le differenze; ma a CampLab questo non pare. Che rimedio propone allora CampLab per questo stato di cose? Ed ecco qui il colpo di genio; se non si deve concertare con i cittadini in quanto corpi collettivi, ebbene, si faranno partecipare come singoli individui, riconquistandoli alla vita dell’istituzione mercé l’immersione in un percorso partecipativo fatto di luoghi (i famosi laboratori) dove i cittadini si confronteranno con l’aiuto di alcuni facilitatori (ossia catalizzatori che favoriscono l’incontro tra i diversi cittadini mettendosi in ascolto, p. 32). Così stimolati, i cittadini producono idee che poi la macchina istituzionale verifica nella loro fattibilità e, in caso positivo, realizza. In questo modo i cittadini vengono riconquistati alla vita dell’istituzione, e partecipano. E la novità e la bontà di questo modello viene sbandierata per 55 pagine. Valeva la pena di frugarsi tasca per un risultato così, o no?
Qui giova osservare parecchie cose. In primo luogo, questo vantato modello non appartiene all’esperienza della Costituzione italiana, ove il cittadino, a parte nella finzione giuridica dei diritti individuali, non viene mai concepito come individuo isolato. Nella Costituzione è  infatti forte l’idea che l’individuo da solo, nell’isolamento, non sviluppa pienamente la propria essenza di uomo. E’ entrando negli agglomerati sociali, nella vita associata, che l’uomo fa se stesso ed è fatto dagli altri. Di qui l’importanza che la Costituzione ha sempre annesso al lavoro come momento fondativo dell’entrata dell’uomo nel rapporto con gli altri teso all’edificazione della vita comune. Nella Costituzione il lavoro non è semplicemente un modo per campare la vita, ma è un progetto formativo, è un’etica (ovviamente l’idea del lavoro come momento partecipativo nell’operina non compare mai). E di qui l’importanza annessa dalla Carta alla vita associativa (artt. 17 e 18); dietro c’è l’idea che un uomo isolato sia un uomo che non è veramente un cittadino, ma che gli manchi una dimensione comunitaria, della quale è privato. Il privato è l’uomo cui manca qualcosa, di cui è privo. Nulla di tutto ciò nei garruli laboratori campigiani, dove le parti sociali sono in crisi; meglio quindi rivolgersi al singolo. Se non viene da ispirazione costituzionale, da dove proviene quest’idea? E qui, almeno una volta, l’opuscolo è perspicuo: “la tenuta di un’azienda passa oggi anche dal coinvolgimento di tutte le persone che concorrono alla produzione e al risultato”. Finalmente si comincia a capirci qualcosa; il modello di partecipazione qui difeso non viene dalla Costituzione italiana, bensì dalla filosofia aziendalistica, e nemmeno dalle aziende in cui l’operaio si presenta come unione sindacale, ma proprio quelle in cui, schiacciato da contratti individuali, è solo. E, come é noto, queste aziende non sono proprio un modello di democrazia. Avendo abbandonato Calamandrei e Ruini per Farinetti, i CampLab ci propongono infatti un bel modello di partecipazione in cui il candidato appresta il contenitore per i cittadini e ci mette dentro anche i suoi facilitatori ossia i badanti (che nell’esperienza di CampLab sono quasi tutti galoppini di partito; per prenderne visione basta andare a pagina 2) che tutto fanno fuorché mettersi all’ascolto. Anzi parlano loro, e infatti nel libercolo mica parlano i cittadini.
Tuttavia, anche questo democratico metodo di partecipazione per singles con badante tutto è fuorché una novità. Anzi è una scopiazzatura del modo in cui, ad esempio, da quasi dieci anni la Provincia di Cagliari attua il bilancio partecipato, attivando focus group con facilitatori. Ma non è che perché a Campi li chiamano Lab e badanti rappresentino una novità. Anzi una novità c’è; che i focus group di Cagliari sono riservati ai gruppi sociali (quelli con cui a Campi non si deve concertare), mentre nei CampiLab, fedeli alle idee di Farinetti e di Marchionne, sono i singoli il punto focale. E il bello è che, mentre gabellano questo popo’ di modellino come esempio di partecipazione orizzontale (p. 14), finiscono con l’asseverare che “partecipazione e leadership possono camminare insieme”. Sì, come no. Tra l’altro il concetto di leadership viene dal linguaggio militare; proprio un bel modellino di partecipazione. Ma è chiaro che gente che si esprime dicendo “far luce chiaramente” non nota la contraddizione…
La ricerca di una modalità più ampia di partecipazione alla vita politico-istituzionale da parte dei cittadini è un tema che albergava nel Forum di Porto Alegre fin dagli anni novanta, a riprova del fatto che i CampLab hanno scoperto l’acqua calda, e che solo in un desolante provincialismo possono credersi portatori “di una nuova dimensione… del nuovo che arriva” (p. 17). E da dove viene, allora, quest’odore di muffa? Tra l’altro, dove l’esperienza partecipativa ispirata a Porto Alegre ha attecchito meglio come a Grottammare o al VII Municipio di Roma, i temi a libera disposizione dei cittadini (e senza badanti) sono di ben altro spessore, come il piano regolatore, e hanno ben altra portata popolare rispetto ai risicatissimi numerini dei CampLab.
Una notazione finale sull’appendice al libro, unico testo firmato. In quarta di copertina si difendeva la scelta in base alla quale “ogni capitolo non è firmato perché gli scrittori (eh, che parola grossa!) si sono passati concetti, frasi e capitoli”. E sia; in un libro che inneggia alla partecipazione, ci sta. Perché allora l’appendice firmata? Non si partecipa più? Comunque il pistolotto finale è vergato  da certo Falco Joannes Bargagli Stoffi, che non si è capito se è un uomo o un raggruppamento temporaneo di imprese. Non sappiamo quali competenze vanti il sig. (o RTI) Falco ecc. Ci permettiamo una sola citazione: “Questo implica che le Amministrazioni siano disposte a lasciarsi sorprendere (effetto serendipity) e diano vita a campagne di comunicazione (unidirezionale, in questo caso) attraverso le quali possano informare il cittadino del percorso di partecipazione che si ha intenzione di mettere in atto e si possa dare prova della bontà reale delle proprie intenzioni (è necessario evitare in questa fase misunderstanding comunicativi…” ecc. ecc. Buonanima di Carnap! Sette righe senza una sola, schifosa virgola! E’ mostruoso! La lezioncina appresa ai CampLab e ripetuta a pappagallo! Valeva la pena spendere 7.200,00 per questo? Avete buttato via i nostri soldi per questo? E pensate di far partecipare i cittadini con questo?
A quanto recita la quarta di copertina, il movimento di CampLab è inarrestabile, come la Panzerarmee di Guderian.  E infatti si preannuncia che alla prima fermata seguirà la seconda. Un altro spreco di denaro pubblico per mettere su carta il nulla, la fuffa fatta e finita. A spese nostre. Prepariamoci: ci sarà da rifrugarsi tasca. A meno che non intervenga qualche altra autorità. Nel frattempo è facile profetizzare che le 1.000 copie dell’operina (che saggiamente non saranno poste in vendita; non c’è nemmeno l’indicazione del prezzo) finiranno in gran parte in qualche scantinato e abbandonate alla mordace critica dei topi.
Paolo Lombardi

Bilancio_partecipativo_2007_provincia_di_cagliari. pdf (2.5 Mb)

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