Le urne dei forti

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By MenteLocale della Piana: Commentare i risultati elettorali è il segno di una raffinata arte che avventori da bar e commentatori televisivi hanno portato a vette di estrema altezza. Senza dubbio, non ne potrete più di tante chiacchiere; e noi incliniamo a solidarizzare con voi. Niente commenti, dunque. C’è però una storia, raccontata dai numeri elettorali, che va ben oltre le chiacchiere più roboanti e squisite. Ed è una storia sorprendente, in cui poche cose sono quelle che sembrano. Eccola qui.
LA GOVERNABILITÀ
Uno dei refrain politici, dagli anni ’90, riguarda l’ingovernabilità del Paese. Si sono fatte più riforme elettorali e progettate riforme costituzionali in cerca di questo mitico valore, la governabilità (pochi hanno capito che cosa essa sia). Allo scopo di garantirla, si è giunti a sacrificare uno dei beni costituzionali più sensibili, la democraticità del sistema, ad esempio con l’attuale sistema elettorale, dove a una maggioranza (molto) relativa, può corrispondere per effetto moltiplicatore dei seggi (cosiddetto premio di maggioranza) una maggioranza assoluta di eletti. Ciò avviene barrando una soglia di quorum; in altri termini, chi vota un partito che non raggiunge una soglia prefissata non avrà rappresentanti, mentre i seggi rimasti in tal modo liberi vengono divisi tra i partiti più grandi, con il più grande che ne trae un beneficio assoluto al di là dei voti che ha avuto. L’idea di fondo era che in questo modo si sarebbero avute maggioranze più stabili. Nulla di tutto ciò è vero; dalle elezioni del 2008 era uscita una maggioranza assolutamente bulgara che ha avuto, nondimeno, le sue belle instabilità (l’uscita di Futuro e Libertà, per esempio); mentre dalla legge concepita per assicurare la governabilità più ampia possibile, l’attuale porcellum, è stato partorito il nuovo Senato che è, a detta di tutti, ingovernabile. Di qui una prima lezione; perseguire la stabilità dei governi a danno della democraticità del sistema è stato, oltre che un tradimento degli ideali costituzionali, anche un cattivo affare, a riprova del fatto che i governi restano stabili se c’è un idem sentire, sennò non c’è gabbia elettorale che tenga…
Perciò i napoleoni che fin dagli anni Novanta ci fracassano gli zebedei con la necessità della grande riforma, con le necessarie riforme, ecc., dovrebbero avere l’umiltà di riflettere sul fatto che con un sistema elettorale proporzionale al momento non ci sarebbe alcun problema al Senato; nonché sul secondo fatto che le riforme si fanno a ragion veduta e con lo scopo di far progredire il Paese e allargare l’inclusività del sistema democratico, non stipulando patti esecrandi tra tre barbogi (che qui si credono statisti ma che altrove sarebbero stati meglio impiegati in posti da portinaio) davanti a una crostata. Ci ritorneremo.
CHI PERDE?
Per capire bene la questione occorre per prima cosa rifarsi all’analisi dei flussi elettorali. Per comodità prenderemo come base ipotetica i risultati nazionali del Senato, che per le elezioni del 24-25 febbraio sono stati come segue:
-PD 8.399.991 voti (27,4%)
-SeL: 912.347 voti (3,0%)
-PdL: 6.829.135 voti (22,3%)
-Lega Nord: 1.328.555 (4.3%)
-M5S: 7.285.648 voti (23,8%)
Più altri.
Il raffronto con le elezioni 2008 per il senato, quando il candidato PD era Veltroni, è questo:
-PD 11.042.325 voti (33,7%)
-IdV 1.414.325 voti (4,3%)
-Lega Nord 2.642.167 (8,1%)
-PdL: 12.510.306 (38,2%).
Il raffronto tra i risultati dei singoli partiti e delle coalizioni chiarisce immediatamente che cosa sia successo: rispetto alle elezioni 2008, il PdL perde 5.681.171 voti, mentre la Lega Nord dimezza il proprio carniere; e come coalizione, PdL più Lega scende dal 46,3% del 2008 al 30,7% del 2013. Si tratta di una delle mazzate più grosse nella storia elettorale di questo Paese: il centrodestra perde insomma qualcosa come 7 milioni di voi e rotti. Dunque è corretto dire che il PdL (e Lega alleata) hanno perduto le elezioni. Non c’è stata nessuna ripresa, come invece si legge su tutti i giornali di questi giorni; c’è stato invece un arretramento di enormi proporzioni.
Perché allora il PdL può cantare vittoria? La vittoria sta nel fatto che il principale esponente del PdL, Berlusconi, non soltanto sopravvive ad una scoppola elettorale che avrebbe ammazzato un toro, ma addirittura riafferma una propria centralità nel sistema politico “stabile” generato dalle riforme di cui sopra. Com’è possibile ciò? Lo si capisce se si tiene conto dei flussi del principale partito avversario (avversario tra virgolette): il Pd, tra il 2008 e il 2013 perde 2.642.334 voti, e in coalizione perde quasi 8 punti (nel 2008 era alleato con l’IdV, nel 2013 con SeL). Quindi anche il PD perde; ma perde meno della metà della coalizione avversaria. Perché allora non vince anche al Senato? Il segreto sta nella cifra di coalizione; alleandosi nel 2013 con la sola SeL e rifiutando le alleanze con IdV e Rivoluzione Civile, il PD arriva al 30,4% di coalizione, mentre il PdL, che unito alla sola Lega sarebbe arrivato nel 2013 al 26,6%, fa segnare il 30,7%. Ciò perché il PdL riesce a fare alleanze con chiunque (Fratelli d’Italia, Grande Sud, MPA, MIR, ecc.) e soprattutto nelle regioni giuste, il che gli vale un cospicuo numero di senatori, mentre il PD, che rimane fedele all’ideale di partito autosufficiente a vocazione maggioritaria pensato (sciaguratamente) da Veltroni nel 2008, non riesce nemmeno ad approfittare dell’enorme arretramento dell’avversario. Dietro c’è ovviamente tutto il problema di una classe dirigente, quella del PD, che si ritiene l’ombelico del mondo, è incapace di relazionarsi con i territori, rimane fedele al modello dei dieci barbogi in una stanza (che però si credono i più intelligenti e i migliori di tutti). In più c’è lo svantaggio del sistema elettorale che premia comunque i partiti maggiori e che impedisce (come invece democrazia vorrebbe) che sia punito il partito che perde consensi. Del resto si tratta di una verità già denunciata da noi al tempo delle amministrative di maggio 2012 (post QUESTI RISULTATI; PIÙ ATENE CHE PARIGI). Allora il PD si era valso delle storture del sistema elettorale siciliano per ottenere la presidenza della regione pur avendo perso una barca di voti. Stavolta il gioco lo danneggia. Ma resta il dato dell’erosione costante e in accelerazione dei consensi dei maggiori partiti che viene mascherato dal moltiplicatore dei seggi del premio di maggioranza, ma che, se ben considerato, ci racconta di partiti in caduta libera.
CHI VINCE?
La risposta a questa domanda è univoca; vince il M5S capace nella sua prima partecipazione a elezioni politiche di raggranellare la bellezza di 7 milioni e rotti di voti. Poiché i partiti perdono più o meno tutti, almeno quelli già esistenti, è evidente che il M5S drena voti da ogni parte, e quindi la sua collocazione al di fuori degli attuali schieramenti si rivela vincente. Anzi, si potrebbe sostenere che l’ascesa del M5S sia il necessario correttivo al forzato dominio dei partiti maggiori generato dagli effetti della legge elettorale; quel che ha perso in democraticità, il sistema lo ripropone generando gli anticorpi di un partito/non partito. Quindi, a nostro avviso, il successo elettorale del M5S depone a favore della vivacità democratica del popolo italiano, che riesce a farsi sentire anche al di là della camicia di forza del porcellum. Tuttavia, anche per il M5S c’è materia di riflessione; i 7 milioni di voti guadagnati dal M5S non corrispondono nemmeno ai voti persi dai soli PD e PdL. Dunque ci sono milioni di elettori che un tempo hanno votato ma che poi, disgustati dal sistema, sono usciti dal gioco elettorale. Nemmeno l’offerta elettorale del M5S è valsa a farli rientrare. Si tratta di voti persi per la democrazia. Dunque anche il correttivo “dal basso” del M5S è parziale; anche per quest’ultimo c’è da fare di meglio – e di più.
DALLE PARTI NOSTRE
Un’occhiatina ai risultati di Campi Bisenzio (si parla sempre del Senato) può essere istruttiva.:
-PD: 9.460 voti (42,03%)
-SeL: 639 voti (2,84%)
-M5S: 5.360 voti (23,81%)
-PdL: 3.758 voti (16,70%)
-Lega Nord: 185 voti (0,82%),
mentre questi sono i dati 2008:
-PD 11.077 voti (47,16%)
-IdV: 1.002 (4,27%)
-PdL: 7.184 voti (30,59%)
-Lega Nord: 460 (1,9%).
Sembrerebbe una storia già nota: il PD perde sia come partito singolo (1.617 voti) sia come coalizione (circa 8%), e il PdL si dimezza, a tutto vantaggio del M5S. Eppure anche qui c’è da segnalare un’anomalia; rispetto ad altri comuni contermini, Sesto Fiorentino ad esempio, il PD perde molto di più e il M5S guadagna molto di più. A Sesto, il PD ha avuto infatti, da solo, 15.106 voti (52,35%), e il M5S 5.129 voti (17,77%). Questo vuol dire che il PD a Campi è più debole, meno capace di appeal nei confronti degli elettori campigiani. Ciò si spiega, probabilmente, con il fatto che il modello toscano di governo del PD (dieci barbogi in una stanza che decidono inceneritori, aeroporti, sottoattraversamenti, in barba alle legittime proteste dei cittadini che vengono vissute con fastidio) è particolarmente in crisi a Campi, dove le scelte del PD metropolitano hanno sacrificato il territorio in modo pesante. E si spiega anche con il fatto che il tentativo del PD di ricostituirsi una verginità tramite il ricorso a un ragazzotto di Rignano bravo a parole, ma cattivo amministratore sia a Palazzo Vecchio che al Maggio Musicale Fiorentino; e a un ex assessore alla cultura che non ha particolari requisiti, se non il fatto di aver sempre avuto incarichi di partito e tramite il partito, senza avere mai lavorato un giorno in vita sua, ma che, per qualche misterioso motivo, rappresenterebbero una novità assoluta, a Campi mostra ampiamente la corda ancor più che altrove. Il che è indicativo per le amministrative che si svolgeranno di qui a qualche settimana. Con questi numeri, è ballottaggio. Dopo di che, tutto è possibile; anche un contagio agli altri comuni via via che le amministrazioni scadranno.

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