Lettera sulla gestione dei rifiuti in Provincia di Firenze di Simone Larini (il padre dell’inceneritore di Brescia)

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Quella che pubblico oggi è una lettera di Simone Larini, ovvero il padre dell’inceneritore di Brescia, spedita al direttore di Metropoli e disponibile sul sito. Tale documento rappresenta una pietra importante per noi anti-inceneritoristi, poichè essa racchiude, in modo ben documentato, tutti i riferimenti alla situazione fiorentina, che si riallacciano agli studi condotti da Rossano Ercolini e Beppe Banchi, nella ricerca delle alternative all’incenerimento. Soprattutto pone il dito sulla propaganda di eccessivo fabbisogno di incenerimento, pianificato nelle provincie di Firenze, Prato e Pistoia, che ad oggi trova riscontro solo nel mancato raggiungimento dei minimi di raccolta differenziata (previsti dalla legge, ed ora in fase di rivisitazione (!)). Da questa lettera si evince chiaramente che le nostre tesi stanno sviluppando dei saperi oggettivi, di fronte ai quali la mentalità  toscana di chi dovrebbe gestire ragionevolmente questa situazione, sta facendo da tappo ! .. a voi la lettura e soprattutto i commenti..

Caro Direttore,
mi chiamo Simone Larini e sono l’autore di una dozzina di importanti piani di smaltimento rifiuti, tra cui quello per la Provincia di Brescia (che dette il via al famoso “termovalorizzatore”) e quello per la Provincia di Treviso. Quest’ultimo piano ha creato le condizioni che hanno consentito al Consorzio Priula il più alto tasso di RD (78%) e la più bassa produzione procapite di rifiuti d’Italia (320 kg/anno per abitante). Sono quindi “inceneritorista”, ma anche esperto di raccolta differenziata, capace di progettare raccolte in cui la percentuale di scarti sia prossima allo zero (come nel mio progetto per Fiera Milano o in un progetto pilota che ha consentito di introdurre in Italia il riciclo degli imballaggi di Tetra Pak.). Fino a qualche anno fa ero uno dei più stimati esperti italiani di rifiuti; ormai mi sono ritirato dall’attività, sebbene per “dovere civico” continui ad occuparmi della materia. Ad esempio, ho creato il sito www.inforifiuti.com di informazione indipendente sulla gestione dei rifiuti, in cui si può trovare una documentata smentita di dieci luoghi comuni sui rifiuti. Mi vedo costretto ad intervenire – cercando di fornire migliori elementi di valutazione – per rettificare una serie di affermazioni inesatte che negli ultimi mesi ho letto in alcune interviste pubblicate in alcuni giornali locali dell’area fiorentina. Premetto che di seguito userò il termine “inceneritore” in luogo di “termovalorizzatore”. Pur non avendo pregiudiziali contro l’uso energetico dei rifiuti (posso essere definito un “inceneritorista”), sono di formazione professionale di stampo anglosassone e quindi uso la parola equivalente a “incinerator”, piuttosto che un termine ipocrita come “termovalorizzatore”, che non ha equivalenti nel mondo.
1. Il mercato dei materiali di recupero
Nel momento in cui si evocano eventuali difficoltà di collocazione sul mercato del recupero dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata (RD), ci si deve ricordare che la RD non è stata inventata dagli ambientalisti, ma nasce allo scopo di recuperare materie seconde per l’industria, al fine di ottenere un risparmio economico rispetto al consumo di materie prime. Problemi di ordine strutturale riguardano solo i rifiuti plastici, che sono però una frazione minore e scarsamente strategica. Le difficoltà di riciclo di questo materiale non devono eventualmente servire come scusa per affossare la RD di carta, cartone, vetro, lattine e legno, che possono incontrare difficoltà di collocazione sul mercato solo qualora vengano raccolti con sistemi di RD non ottimali, che determinino un’elevata incidenza di scarti. Dovendo raggiungere l’obiettivo di legge per la RD, le frazioni di rifiuto strategiche sono: carta e cartone, sostanza organica, vetro. In genere, fare bene la RD di queste sole tre frazioni significa già recuperare il 65% dei rifiuti urbani (evitando quindi la soprattassa del 20%, dovuta per il mancato raggiungimento degli obiettivi di legge). Dato che il 50% delle cartiere italiane è situato in Lucchesia, per i rifiuti cellulosici non esistono in Toscana problemi di collocazione. Esiste invece un problema di qualità per i rifiuti organici raccolti nell’area fiorentina. La cospicua presenza di materiali indesiderati costringe gli impianti di compostaggio dell’area fiorentina a intense e ripetute procedure di raffinazione che rendono il prodotto finito una sostanza polverosa ben poco simile al classico compost. Ma il vero motivo per cui tale compost risulta poco appetibile per eventuali utilizzatori non sta nel “mercato”, bensì sta a monte: dipende dal fatto che vengono usati sistemi di RD non ottimali, basati sull’impiego di cassonetti stradali che consentono il conferimento anonimo e incontrollato di grandi quantità di scarti non compostabili. A differenza di quanto succede in Lombardia, dove il largo impiego di sistemi di RD più idonei e intelligenti ha ridotto la percentuale di scarti indesiderati nella RD dell’organico praticamente a zero. Zero scarti, su base regionale, sottolineo. Inoltre, a causa delle note vicende, l’impianto San Casciano è così lontano dallo stato dell’arte che non riesce a decomporre correttamente neanche i sacchetti in plastica biodegradabile. E’ chiaro che un materiale così non è vendibile: io stesso non userei nel mio mini-orticello biologico un compost del genere. Ma ciò dipende dagli errori di gestione in fase di raccolta e trattamento, non da una scarsa ricettività del “mercato” rispetto al compost da RSU.
2. Il Piano Rifiuti
Non viene recepita l’innovazione
E’ incomprensibile come la validità del piano rifiuti della Provincia di Firenze venga tuttora sostenuta, ostinatamente e in maniera completamente acritica. Essendo uno dei più esperti pianificatori italiani, quando ho letto il piano rifiuti dell’ATO 6 non ho potuto fare a meno di rilevare una lunga serie di errori, che vanno dal metodo di analisi merceologiche, alle impostazioni strategiche, alla bacinizzazione, alle soluzioni impiantistiche, alle previsioni di costo. Inoltre, i costi generali del sistema di gestione delineato dal piano porterebbero almeno al raddoppio della tariffa per i cittadini. Nella mia carriera non ho mai visto un piano con tanti errori tutti insieme. Per dare un’idea, ne ho riassunto l’elenco completo in una relazione, che ho scritto per “dovere civico” e regalato agli amministratori locali chiantigiani: si tratta di un documento di 23 pagine! In sé stessa, la presenza di errori non sarebbe un problema: per loro natura i piani sono soggetti a revisioni periodiche, al fine di recepire i mutamenti di scenario tecnico, legislativo, ecc. Negli ultimi anni si sono ad esempio verificati alcuni importanti cambiamenti:
-L’abolizione dei contributi CIP6 all’incenerimento
-L’introduzione di un obiettivo minimo di legge del 65% per la RD
-Le nuove norme che limitano al massimo l’assimilazione agli urbani dei rifiuti speciali
-La diffusione in Italia dei sistemi di tariffazione puntuale (in cui chi più produce rifiuti, più paga)
-Il successo, in termini di risparmio economico e di risorse, registrato dalle esperienze di gestione dei rifiuti nel Nord Italia, ormai un modello per tutto il mondo.
L’errata impostazione strategica
Ma colpisce il fatto che, sebbene gli elementi elencati abbiano modificato profondamente il quadro delle condizioni al contorno, siano stati praticamente ignorati nelle ultime revisioni di piano, che hanno mantenuto inalterata un’impostazione strategica risalente ai primi anni ’90, ormai superata sul piano strategico ed operativo. Ad esempio, non viene applicato in maniera sistematica quello che nelle esperienze modello del Nord Italia è uno dei più forti fattori di riduzione di costo: la RD “spinta” dei rifiuti organici. E’ infatti dimostrato dall’esperienza quotidiana in Lombardia e Veneto che quando la RD dei rifiuti organici riesce a intercettarne l’80-90% del totale, ciò consente di ottimizzare l’intero sistema di raccolta, riducendo dei costi complessivi. Ad esempio, quando si riesce a separare dal resto dei rifiuti una simile quota di rifiuti organici, il residuo indifferenziato risulta molto meno putrescibile e quindi si può ridurre la frequenza di prelievo dei rifiuti indifferenziati, anche a una sola volta la settimana. Un altro fattore di riduzione dei costi è il fatto che per la RD dei rifiuti organici vengono impiegati mezzi meno costosi, più piccoli e non compattanti (il peso specifico dell’organico è infatti quasi pari a 1). Inoltre, il piano prevede di mantenere l’attuale sistema di raccolta, basato sull’impiego di cassonetti stradali, in cui vengono conferiti assieme, in forma anonima, rifiuti sia di origine domestica che non domestica. In questo modo, si perde l’occasione di operare una forte riduzione dei costi e si fanno mancare reali incentivi a una concreta riduzione dei rifiuti. Una delle conseguenze della vasta diffusione dei cassonetti e della vasta adozione di una politica di massima assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani è il fatto che nella piana fiorentina la produzione procapite di rifiuti superiore del 50% rispetto alla media nazionale (736 kg/anno invece di 500). In Provincia di Treviso, invece questo valore scende a 368 kg/anno. Significa forse che i fiorentini hanno lo spreco nel loro DNA? Ovviamente no, dato che le province di Firenze e Treviso sono per molti aspetti molto simili. Un valore procapite così alto non va considerato come un dato di fatto “normale” ed inevitabile, ma è semplicemente un indice di cattiva gestione dei rifiuti. Una delle ragioni di questa grande differenza di valori procapite è il fatto che nella Marca Trevigiana rifiuti domestici e non domestici hanno due circuiti di raccolta separati. Nella mia esperienza di pianificatore ho più volte verificato che i rifiuti assimilabili agli urbani (RSA) costituiscono il 40-60% dei rifiuti totali e sono per loro natura più facilmente ed economicamente recuperabili di quelli prodotti dalle famiglie. Uno dei fattori di successo della gestione dei rifiuti nei comuni trevigiani è quindi l’offerta di un servizio di smaltimento per il commercio, le industrie e gli artigiani a costi competitivi e con meccanismi che incentivino il conferimento differenziato: ad es. minori costi al kg per lo smaltimento dei materiali riciclabili. Un’altra condizione indispensabile è l’abolizione dei cassonetti. In buona parte del nord Italia i rifiuti non possono essere più conferiti in forma liberamente ed anonima in contenitori stradali, ma solo nei bidoni personalizzati, affidati ad ogni famiglia o unità produttiva, le quali pagano la tariffa proporzionalmente alla propria reale produzione di rifiuti. Il motivo per cui a Treviso per ogni abitante si produce la metà dei rifiuti rispetto a Firenze e dintorni appare quindi chiaro: nel nord Italia esiste un reale e concreto incentivo a ridurre i propri rifiuti, valido per commercio, aziende e cittadini. In Provincia di Firenze, invece, la riduzione rifiuti è affidata solo ad accordi di programma, a “tavoli” con associazioni di categoria, insomma solo a documenti con cui sono state siglate le varie intese per la riduzione dei rifiuti, tutte accomunate dall’inefficacia e da un cospicuo numero di dati messi a casaccio. Infatti, ancora non ho trovato da nessuna parte una dimostrazione numerica di come queste intese si traducano negli obiettivi di riduzione previsti dal piano provinciale (pari comunque a pochi punti percentuali). Inoltre, vedendo l’abissale differenza dei dati tra l’area fiorentina e il nord Italia, invito a non dimenticare che produrre metà dei rifiuti significa anche sostenere la metà dei costi per lo smaltimento…
La bacinizzazione sbagliata
Un’altro grave errore del piano di Firenze è la bacinizzazione del territorio. Inizialmente, lo stesso piano indica, correttamente, il sistema territoriale “Chianti e Val di Pesa”, composto dai cinque comuni chiantigiani. Ma nel resto del documento l’esistenza di questo bacino viene poi dimenticata e ci si riferisce invece solo al cosiddetto “Bacino Fiesole e Chianti”: cioè l’attuale bacino di gestione Safi, tutt’altro che ottimale, in quanto accorpa al Chianti anche comuni dell’area fiorentina, incluso un comune a nord della città come Fiesole. Nell’ottica di un pianificatore, si tratta di un bacino semplicemente assurdo. Ma in questo modo, si fa risultare un bacino molto più grande di quanto sia in realtà e che, come vedremo dopo, ha un deficit di smaltimento di sole 2mila t/anno: un’inezia rispetto alle 900mila t prodotte annualmente nell’area dell’ATO Centro.
3. L’impianto di smaltimento a Greve in Chianti
Una delle decisioni più insensate del piano è quella di smaltire i rifiuti di Firenze a ridosso di una delle zone più belle del Chianti: la collina di Vicchiomaggio. Non sono riuscito a trovare una sola motivazione valida a supporto di questa scelta, mentre esistono almeno una dozzina di ragioni per cui la si può definire una pessima idea. Per brevità, ne cito solo un paio.
Quando la RD raggiungerà l’obiettivo di piano (e di legge) del 65%, il bacino Chianti avrà un deficit annuo di smaltimento dell’ordine di sole 2mila t di rifiuti indifferenziati (si deve infatti tenere conto che in Chianti, a San Casciano V.P., è già in funzione un impianto di compostaggio che ha capacità di trattare 10mila t/anno). Questo significa che il 98% dei rifiuti smaltiti dal previsto inceneritore proverrebbe da fuori del Chianti. Ciò vuol dire che un bacino con un futuro fabbisogno di smaltimento dell’ordine di 12mila t/anno dovrebbe ospitare impianti capaci di smaltirne quasi 100mila l’anno. In pratica, una potenzialità superiore di 10 volte rispetto alle esigenze del territorio. Come principio generale, un bacino come il Chianti avrebbe vocazione e valore tali da consentirgli tranquillamente di essere un esportatore netto di rifiuti, come già fanno altri bacini dell’ATO, meno “pregiati e prestigiosi”, se mi si consente l’espressione. A maggior ragione, il ragionamento è valido a fronte di un deficit di smaltimento così ridotto. In linea generale, per soddisfare un fabbisogno di smaltimento di 2mila t/anno non si costruisce un impianto: nessun tipo di impianto. La zona è poi palesemente non adatta per la costruzione di un inceneritore e nei miei piani non sarebbe stata neanche presa in considerazione. Tra le tante ragioni di non idoneità dell’area, ne cito solo alcune. Una vera zona industriale non è circondata da borghi abitati situati su colline più alte di un eventuale camino, che quindi verrebbero investiti direttamente dalle emissioni, con minima dispersione degli inquinanti. Lo stesso piano rifiuti, inoltre, cita come fattori penalizzanti per la localizzazione di impianti le “bellezze panoramiche e le sponde dei fiumi per una fascia di 150 metri”. E a meno di 150 metri dal sito previsto per l’impianto si trova la collina di Vicchiomaggio, che non può essere definita altrimenti che come “bellezza panoramica”, essendo una delle zone del Chianti fiorentino in assoluto più fotografate dai turisti.
Mi si consenta infine di rimarcare l’ottusità del ragionamento di chi dice che la valle della Greve ha una “vocazione produttiva per attività pesanti”. Queste attività furono create ormai un secolo fa, quando Greve era un comune molto povero. E mi risulta che a Greve grande povertà ci fosse ancora trenta anni fa, quando la produzione di cotto e di cemento era la principale risorsa economica del comune. Mi domando: il grande benessere degli ultimi anni è dovuto al Comune Slow, al turismo e alle produzioni agricole di qualità, o al contributo di settori industriali che hanno rispettivamente i piazzali pieni di prodotti in cotto invenduti, o lo stabilimento di Testi ormai più inattivo che in funzione, a causa della mancanza di ordini? Sottolineo ciò solo allo scopo di inquadrare un corretto ordine di priorità nel definire la “vocazione produttiva” del territorio, che è un aspetto che anche un autore di piani rifiuti non può non tenere presente al momento di fare scelte localizzative.
4. Il fabbisogno impiantistico
Prevedere una gestione dei rifiuti basata su un largo impiego di inceneritori comporta necessariamente l’esigenza di attuare un sistema di RD che intercetti la massima quantità possibile di rifiuti organici e di rifiuti tossici e nocivi. Uno degli scopi della RD è infatti quello di detossificare il rifiuto destinato a impianti di trattamento finale, intercettando le principali frazioni di rifiuti pericolosi. Chi gestisce un inceneritore non ha affatto interesse a trattare rifiuti che contengano materiali tossici, o incombustibili, o scarsamente combustibili. Per questo chi gestisce un inceneritore deve garantire il massimo impegno nella differenziazione a monte delle frazioni incompatibili con l’incenerimento, a partire dai rifiuti organici. Seguire fino in fondo la esistente logica del piano, incentrata sul ricorso all’incenerimento, significherebbe quindi che in Provincia di Firenze dovrebbe essere attuato un sistema di RD che si ponga sullo stesso livello delle migliori esperienze italiane. Ma facendo alcuni facili conti, si scopre che applicare una logica pianificatoria coerente porta a risultati ben diversi rispetto a quelli adesso propagandati. Cioè: se si fa bene la RD si scopre che non alla fine non servono tanti impianti. L’ATO Centro, composto dall’accorpamento delle province di Firenze, Prato e Pistoia, ha una produzione annuale di rifiuti pari a 911mila tonnellate. Per intercettare adeguatamente i rifiuti organici sarebbe necessario applicare un modello di gestione di stampo trevigiano, basato sulla separazione dei circuiti di raccolta per rifiuti domestici e non domestici. La mia esperienza mi fa stimare che gli RSA siano pari al 60% del totale. Dato che come si è detto gli RSA sono più facilmente recuperabili rispetto agli RSU, supponiamo anche che le quote di recupero con la RD siano per gli RSU pari al 65% (obiettivo minimo di legge) e per gli RSA pari al 78%, cioè al valore complessivo di RD attualmente registrato nel bacino Priula dei comuni attorno a Treviso. Supponiamo anche che l’introduzione di tale sistema di RD faccia scendere anche la produzione procapite nel bacino su livello trevigiani. Secondo tale scenario la quantità di rifiuti da smaltire scenderebbe a 450.000 t/a, di cui 300.000 verrebbero recuperati e poco più di 100.000 rimarrebbero da smaltire. Qualora si ritenesse estrema questa ipotesi, supponiamo che l’effetto di riduzione di rifiuti si fermi al valore medio nazionale (500 kg/anno per abitante): il totale dei rifiuti da smaltire dell’ATO Centro scenderebbe a 740.000 t/a, di cui quasi 540.000 verrebbero recuperati e solo 200.000 rimarrebbero da smaltire. Dovendo smaltire un quantitativo del genere in un bacino in cui è già attivo un inceneritore (a Montale), che già sarebbe in grado di trattarne quasi la metà non solo sarebbe inutile costruire tre nuovi inceneritori, ma saremmo ben al di sotto della soglia di convenienza economica per costruire anche un solo inceneritore. Alcune recenti vicende (Acerra) hanno infatti dimostrato che – senza il contributo CIP6 – non è economicamente sostenibile la gestione neanche di un impianto da 500.000 t/anno. Costruire un inceneritore per smaltirne solo 100mila è quindi semplicemente insensato.
5. L’urgenza
Un altro argomento spesso portato a sostegno di certe scelte pianificatorie è l’urgenza di garantire ai rifiuti indifferenziati toscani un destino diverso dalla discarica. Pienamente d’accordo. Ma se l’obiettivo è uscire velocemente dall’emergenza rifiuti, allora non si può che puntare innanzitutto sulla RD, anzichè sul ricorso a impianti che richiederanno molti anni prima di essere messi in funzione. Infatti, anche in Toscana ci sono ormai molti comuni, come ad esempio Calenzano, che grazie all’introduzione di forme di RD di tipo porta a porta hanno più che raddoppiato il tasso di recupero, superando il 60% nel giro di un solo anno.
6. I veri obiettivi della RD
Fare (bene) molta RD significa uscire dall’emergenza velocemente e nel contempo avere meno costi e minori impatti sulla salute da impianti inquinanti. Ho portato come esempio alcune virtuose esperienze di comuni toscani, che dimostrano come anche nella nostra regione si possano raggiungere velocemente risultati che fino a poco tempo fa erano tipici solo del nord Italia. Ma faccio presente che si può addirittura fare molto meglio di così. Esorto le amministrazioni a non avviare iniziative isolate, a livello di singolo comune, per almeno du buoni motivi. Innanzitutto il fatto che ha poco senso fare progetti pilota, in quanto su questa materia c’è poco da sperimentare. Basta infatti fare poche centinaia di chilometri per trovare dozzine di comuni lombardi e veneti con caratteristiche molto simili. Che siano abitati con centri storici, in collina, con case isolate o vasta diffusione di PMI, basta fare qualche ora di viaggio e si trova un bacino di comuni simili che ha brillantamente risolto i propri problemi di rifiuti. Il secondo, ma non meno importante aspetto è l’esigenza di inserire ogni innovativa iniziativa locale nel quadro in un sistema coordinato e ben progettato. Introdurre la RD porta a porta in un singolo comune o frazione non è di per sè garanzia di successo o di risparmio di costi. La RD deve sempre e comunque essere il risultato di un sistema pianificato e organizzato, in cui ad esempio si riescano a raggiungere economie di scala nell’acquisto dei nuovi mezzi per la raccolta, nella logistica, nella gestione degli impianti di compostaggio, ecc. Soprattutto si si pensa alla tariffazione “puntuale”, in cui si paga proporzionalmente alla propria produzione di rifiuti, è evidente che è più facile che abbia successo qualora venga introdotta in un’area sovracomunale, anzichè in una piccola frazione, in cui gli abitanti possano portare i rifiuti nel quartiere vicino.
Concludo ricordando come la RD di tipo “porta a porta” non deve essere un obiettivo in sé, ma è semplicemente uno mezzo, allo scopo di raggiungere i seguenti obiettivi, alcuni dei quali sono a loro volta strumenti per raggiungere altri obiettivi:
una RD spinta dei rifiuti organici, perchè solo intercettando il 90% di questa frazione è possibile operare una riforma generale del servizio;
la separazione dei circuiti di raccolta di RSU e RSA, allo scopo di ottenere un migliore recupero e formulare un’offferta tariffaria specifica e adatta per ogni categoria;
abolire i cassonetti stradali e introdurre la tariffazione puntuale per le utenze domestiche, al fine di contenere la produzione dei rifiuti da parte delle famiglie;
creare un sistema di RD dei rifiuti non domestici, con tariffazione puntuale e tariffe diversificate per materiale, al fine di incentivare la riduzione e la differenziazione dei rifiuti di commercio, industria e artigianato;
ridurre i costi, grazie alla riduzione globale della produzione di rifiuti, al prelievo settimanale dei rifiuti indifferenziati, ai mezzi meno costosi per la RD dei rifiuti organici, ecc.
L’adozione di queste strategie e di questi strumenti è il segreto del successo della gestione dei rifiuti nel nord Italia, che ha consentito risparmi economici e di risorse, diminuito il ricorso agli impianti di smaltimento finale e che ormai è un esempio e un modello non solo per la Toscana, ma per tutta l’Europa. Come dimostra il fatto che ogni settimana davanti alla porta di Enzo Favoino (uno dei massimi esperti di compostaggio e gestione rifiuti) c’è la fila di amministratori e consulenti stranieri, venuti in visita in Italia per imparare da noi come gestire in maniera intelligente i rifiuti, coniugando risparmio ambientale ed economico.
Molti di questi stranieri in visita sono spagnoli, perchè dopo aver ignorato per anni le buone esperienze della RD in Germania, ritenendo – anche giustamente – che le differenze tra i due paesi fossero insormontabili, quando hanno visto che gli italiani cominciavano a fare anche meglio dei tedeschi, si sono resi conto: “ma se riescono a fare certe cose persino gli italiani, pure loro così diversi dai tedeschi, allora anche noi possiamo farcela…”.
Gli spagnoli non so, ma secondo me i toscani ce la possono fare di sicuro…
Simone Larini
contatti(at)inforifiuti.com

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Una Risposta to “Lettera sulla gestione dei rifiuti in Provincia di Firenze di Simone Larini (il padre dell’inceneritore di Brescia)”

  1. Gli Uccellacci di Focognano. Says:

    Una visione realistica del “problema” rifiuti in toscana,
    le proposte di Larini sono le proposte dei comitati,
    sono proposte di buonsenso, e intelligenza,
    vantaggiose per la salute, l’ambiente, l’economia.

    Niente è da inventare, si tratta solo di fare scelte lungimiranti.

    Gli Uccellacci.

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