Prendo spunto, dopo alcuni giorni di pausa da un recentissimo post pubblicato dal Comitato Mentelocale (dellaPiana) per evidenziare quanto siano basse le speranze e la fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni e quanto alta stia diventando invece l’attenzione per il Comitato, che senza bavagli affronta i problemi e le questioni che spesso nessuno vuole affrontare in modo approfondito. Inizio quindi questa nuova settimana con le parole del comitato, buona lettura e naturalmente a voi i commenti “… Ci scrive una lettrice che abita nei paraggi dell’aeroporto Vespucci. È una lettera sorprendente, per certi versi. Eccola qui (nome e indirizzo sono omessi per ragioni di privacy; la riproduzione è autorizzata):”
abito da pochi mesi in via …….., la mia casa si trova esattamente sotto la direttrice di decollo/atterraggio dell’aeroporto. D’estate, con le finestre aperte, sembra di vivere sulla pista, tanto si sentono vicini gli aerei. Sicuramente il limite dei decibel è ben più alto del consentito e sarei disponibile a far posizionare sul tetto del mio garage le apparecchiature per la misurazione. Non so poi a cosa ciò potrebbe portare, probabilmente a niente.
Ma vorrei per lo meno provare a fare qualcosa e vorrei da parte vostra qualche indicazione in merito.
Grazie, saluti
Certo è che questa storia riguarda noi — perchè la storia che racconta questa lettera è il fatto semplice che dietro i magnifici traguardi dello sviluppo e della crescita, ci sono sempre vite, vite sacrificate e sminuite, talora persino vite spezzate. Le vite sacrificate di chi subì l’ampliamento dell’aeroporto nel 2006, e a cui fu raccontato che si sarebbe fatto di tutto per alleviare i loro fastidi, che questi sarebbero stati passeggeri. Invece sono stati permanenti. Ed è quello che accade a ogni riforma epocale; la riforma (se di riforma si può parlare piuttosto che di diminuzione del diritto) delle pensioni e la questione degli esodati; o la TAV in Val di Susa; o l’abolizione della art. 18 dello statuto dei lavoratori, tutte cose che, viste dai piani alti della politica riguardano i trattati europei e la credibilità del sistema paese, ma che per coloro che si trovano coinvolti in prima persona significano piuttosto tenori di vita che si abbassano, progetti di vita che svaniscono, abitudini di vita che vengono strappate via. La minoranza che si deve sacrificare in nome del bene della maggioranza, si dirà. È pur vero che chi lo dice, di solito, fa fatica a rinunciare anche a un solo grammo delle proprie certezze consolidate, come quel capogruppo parlamentare (di cui tacciamo il nome per carità di patria) che pochi giorni fa minacciava il governo acciocché si sbrigasse con la spending review, ché lui era abituato a fare le ferie d’agosto, mica ci poteva rinunciare per stare a votare la fiducia a ‘sto schifo di spending review…. E infatti il governo si è sbrigato e i risultati si sono visti.
Questa lettera ci ricorda insomma una cosa molto semplice; dietro le parole altisonanti c’è la semplice realtà dei rapporti umani, c’è la carne e c’è il sangue, c’è il sorriso di chi vince e il pianto di chi perde. Chi sorride di solito non è la maggioranza, la quale al meglio è lontana e indifferente, ma i pochi, sempre troppo pochi e quasi sempre gli stessi; chi perde, di solito, sono i poveri.
Ma, si dirà, è proprio per evitare i disagi della signora che occorre una nuova pista parallela, perchè così gli aerei non atterreranno e decolleranno su casa sua. Però atterreranno e decolleranno su casa di qualcun altro (che sarà altrettanto miserabile), e quindi, gira che ti rigira, questo sorriso di pochi qualcuno l’ha pur sempre da pagare. Non se ne esce insomma, una politica che non veda qualcuno passare all’incasso e qualcun altro accomodarsi alla cassa non siamo capaci di trovarla.
Lo stesso vale per la questione lavoro: l’aeroporto, ci dicono, comporterà 5.000 nuovi posti di lavoro. Ci permettiamo di essere scettici; addirittura 5.000? e perchè non un milione? E poi: che posti di lavoro? Quelli precari di chi smista i bagagli? Queste promesse le abbiamo già sentite… ma ammettiamo anche che siano 5.000; perchè questi 5.000 posti devono essere per forza ricavati in un’attività che va a danno di altri? Eppure nella Costituzione c’è scritto chiaramente che il lavoro è un diritto, perché è il modo in cui l’uomo entra nella comunità degli uomini e contribuisce al suo fiorire. Non c’è scritto che è un regalo e bisogna essere pure contenti anche se va a detrimento diretto di altri e mette una comunità contro altre comunità, cittadini di Brozzi e Peretola contro cittadini di Campi e Sesto e Prato. Poi ci si meraviglia se c’è la sindrome Nimby. Questo non è vero lavoro, con il quale tutti si cresce insieme; è una questione di affari; e negli affari, si sa, qualcuno ci deve rimettere sennò il guadagno dov’è?
Ecco che cosa ci dice questa lettera che ci parla di cose vere, di cose e persone vere, non di crescite e sviluppi immaginari e di posti di lavoro sulla carta, ma di che cosa vuol dire vivere in un posto così e di come trascorre il tempo di chi vive in quello spazio. Una lettera dal mondo vero insomma, non dal mondo di carta di chi parla di parole.
Scriveteci più spesso. Ci fa bene.



















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