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Piano interprovinciale sui rifiuti: a Firenze passa con i soli voti del PD – I Comitati protestano in aula “Non avete la dignità di rappresentarci!”

13 febbraio 2012

L’adozione è stata approvata con i voti del Pd mentre Sel e Idv non hanno partecipato al voto. Il Presidente Barducci convocherà una riunione della maggioranza.
Dopo l’illustrazione da parte dell’assessore all’Ambiente Renzo Crescioli, il Consiglio provinciale ha affrontato la discussione sul Piano interprovinciale dei rifiuti. Sel e Idv, che fanno parte della maggioranza insieme al Pd, non hanno partecipato al voto non disconoscendo, per parte loro, l’adesione alla maggioranza ma credendo a miglioramenti che potranno essere apportati nelle osservazioni successive all’adozione del Piano. Tuttavia ora si apre la prospettiva di una verifica di maggioranza, come ha fatto capire il Presidente della Provincia Andrea Barducci che convocherà una riunione delle forze politiche che sostengono la Giunta.
Una seduta comunque molto contestata dai Comitati quella di oggi a Firenze, contrari alla realizzazione degli inceneritori nella Piana di Firenze, Prato e Pistoia, che hanno interrotto la seduta in cui si discuteva del piano interprovinciale dell’Ato Centro. “Vergogna!”, “Servi!”, “Non avete la dignità di rappresentarci!” queste le espressioni di dissenso rimbombate all’interno della sala. Il programma che coinvolge l’area metropolitana fiorentina, pratese e pistoiese prevede oltre all’introduzione di due nuovi termovalorizzatori e l’ampliamento di altri, anche la costruzione di nuove discariche e l’eliminazione di vecchie. Di fronte alle proteste il presidente del Consiglio provinciale David Ermini ha invitato i contestatori a non interrompere i lavori. Già poco prima gli esponenti dei comitati avevano esposto, sempre durante i lavori del Consiglio, alcuni striscioni contro la realizzazione di impianti di incenerimento: “No inceneritori!”, “Non bruciateci il futuro”, “Rossi il carnevale è finito, stop agli inceneritori”. Proprio come iniziativa di protesta contro il nuovo piano, i comitati avevano convocato per oggi un sit-in di fronte alla sede della Provincia, che è stato in seguito trasformato in una conferenza stampa allestita all’interno di Palazzo Medici Riccardi. “Noi abbiamo un contropiano rispetto a quello delle istituzioni che vogliono più inceneritori – ha detto Valeria Nardi, rappresentante dei comitati – La nostra proposta è quella di incentivare il riciclo, il riuso dei materiali e la raccolta porta a porta”. Altri esponenti delle sigle hanno anche lanciato un appello a cittadini ed imprese “ad opporsi ai diktat scellerati delle istituzioni”. Sul caso si è espressa anche la consigliera comunale Ornella De Zordo. Fonte (met.provincia.fi.it)

Il “modello toscano” e il dopo-referendum sull’acqua

17 giugno 2011

E’ iniziato tutto qui. Dopo la sbornia referendaria, la felicità incredula e sospesa dell’alluvione di voti che come un lavacro ha attraversato il paese e la salita di molti avventori sull’ampio carretto dei vincitori, forse è giusto ricordare come si è giunti a questo punto, e che tipo di percorso si è fatto per arrivarci. Perché si è trattato di un percorso difficile e accidentato. Eppure, per noi toscani, vale la pena di ricordarlo con gioia, e di farsi più alti nella festa della vittoria referendaria; perché tutto è nato qui…
E’ nato tutto negli anni successivi all’approvazione della legge Galli, dopo il 2002, dopo il 2003, quando furono istituiti i famosi ATO affidati uno ciascuno a un unico gestore (misto pubblico-privato). Il privato, più che ciascuno, era unico; si trattava quasi sempre dell’Acea. Nasceva il famoso modello toscano, quello che piace tanto a Rossi, a Renzi e a De Angelis (agli elettori toscani, a quanto pare, piace meno, visto che hanno votato massicciamente contro; 64% di affluenza in Toscana, 69% nella sola provincia di Firenze). Quando partirono i famosi aumenti destinato a remunerare il capitale investito; subito il 7,5% a Arezzo. Quando è cominciato il tragitto che ha portato l’acqua toscana a essere la più cara d’Italia (dati: Blue Book 2011). Quando nacquero le prime lotte per le bollette, i primi comitati che rifiutavano un modello che metteva la loro acqua nelle mani dei privati e dei loro soci pubblici. Nacque la prima grande esperienza: la richiesta di una legge regionale di iniziativa popolare. Chi come il sottoscritto ha vissuto dall’interno quegli anni ricorda molto bene gli scontri, le incomprensioni, il malanimo di molti politici che allora accusavano i soliti comitati di sapere dire solo no; di essere estremisti; di essere qualunquisti. Fa un po’ meraviglia oggi trovarseli accanto sul carretto. Comunque lo sapete come è andata a finire; nel 2006 la legge naufragò in Consiglio Regionale. Indovinate chi votò contro? I comitati non si dispersero, non si spaventarono; crearono il Forum per l’Acqua, la grande rete che poi permise l’esperienza successiva, anche quella nata qui, nella Piana; la legge nazionale di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua. Fu una ripetizione dell’esperienza precedente, anzi peggio, perché ora contro i comitati tuonavano tutti gli schieramenti: riecco i fuori dalla storia, i passatisti, i contrari al progresso. Raccogliemmo mezzo milione di firme. Fu un’esperienza che segnò, che penetrò nella popolazione. Non penetrò i partiti. La legge fu presentata nel 2008 al parlamento. Non c’è straccio di partito, di destra, di centro o di sinistra, che l’abbia portata in discussione. I comitati non si dispersero, non si spaventarono; cominciarono a elaborare il concetto di bene comune, seppero fare appello a intellettuali del calibro di Stefano Rodotà e Ugo Mattei, che ormai parlavano con più facilità con i comitati che con le forze politiche. Cominciava la strategia referendaria, che tanto affanno suscitò tra i partiti; ci fu persino chi raccolse le firme per quesiti propri, in aperta opposizione a quelli dei comitati per l’acqua pubblica. Per fortuna, ci pensò la Corte Costituzionale.
Ed eccoci ad oggi. Milioni di cittadini (più di 27, in effetti) in marcia, di tutti gli schieramenti. Un decennio di ubriacaura privatistica negata da milioni di cittadini. Un’etica di servizio pubblico che può e deve essere ricostruita. E d’altro canto, un fronte referendario che non so se è all’altezza della sfida; non sembra proprio granitico. Certo, fa piacere che chi raccolse le firme contro di noi ora si presenti assieme a noi. E tuttavia, quante ragioni ancora ci date per diffidare. Perché non è vero, come ad esempio scrive oggi la Repubblica e credono molti, che le 4 leggi abrogate dai referendum fossero state promulgate tutte dal centrodestra; il referendum 2, sul principio di remunerazione obbligatoria in tariffa del capitale investito nel servizio idrico, era nato dall’art. 154 del decreto Legislativo 152/2006, XV legislaura, il che significa: governo Prodi I e II. E difatti dal coro dei futuri vincitori si sono già levate le voci di chi vuol far rientrare dalla finestra quel principio che i cittadini hanno cacciato dalla porta. Le interviste di Enrico Rossi sul Sole 24 Ore del 5 giugno 2011; le esternazioni di Renzi su centomila tra testate radiofoniche, televisive e cartacee (non avrà bisogno di una caramellina di menta?), non ci fanno, non mi fanno stare del tutto sicuro del fatto che la volontà popolare, limpidamente espressa, sarà del tutto rispettata. Come la mettiamo con il modello toscano? Ma intanto godiamoci questa vittoria; è la prima volta che viene avanzato un concetto, quello di bene comune, che non deriva dalla storia ideologica del secolo scorso e che è capace di essere la pietra di base su cui ricostruire una cultura del vivere assieme. Ma anche l’ambiente è un bene comune; gabellare come progresso la privatizzazione di quest’ultimo a infrastrutture private, privatissime, non è in fondo un tradimento a quella logica comunitaria che i referendum limpidamente affermavano? Godiamoci questa vittoria, nella consapevolezza che si apre però una fase che sarà tutt’altro che facile e su cui c’è poco da farsi illusioni.
Paolo Lombardi


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