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Se non ci fossero i soci privati: l’antitrust e le società di gestione pubblico-private

29 settembre 2012

Da Mente Locale della Piana: Il 27 settembre si è saputo che l’autorità Antitrust aveva multato per 11 milioni i due soci privati di Publiacqua, Acea e GDF Suez, per avere fatto cartello contro la concorrenza. Eh… le liberalizzazioni fanno scendere i prezzi dei prodotti. Il privato è più efficiente.  I soci privati ci vogliono perché sono gli unici che investono. Intanto hanno investito i cittadini, ma negli aumenti in bolletta. Non bastando i referendum per farsi ragione, per fortuna ci sono le autorità antitrust. Che hanno un solo difetto: i soldi delle multe sulle bollette dell’acqua gonfiate se li incamera lo Stato. I soldi versati dai cittadini in più sulle bollette invece se li cuccano i soci privati. Che vincono lo stesso e non c’è referendum sull’acqua pubblica che tenga. D’altra parte, come ci disse un alfiere del “nuovo che avanza” nella Piana, c’è referendum e referendum.

“Ultimi gracidii dal padule” (2).. quello che non ti raccontano sulla Piana, te lo diciamo noi…

13 settembre 2011

Ancora una notizia spot sper informare su di un tema a noi molto “caro” ; l’acqua, che dopo il consenso unanime popolare (referendum), ci dovrebbe veder risarciti di quel 7% destinato fino ad oggi a remunerare il capitale investito anche di Publiacqua.

Il 28 luglio 2011 un OdG della lista civica NoInceneritore è stato votato all’unanimità dal Consiglio Comunale. L’OdG, relativo all’attuazione della volontà popolare espressa nei referendum sull’acqua del 12-13 giugno, impegna l’amministrazione, presente nel Consiglio di Amministrazione di Publiacqua, ad adoperarsi perché sin dalla prossima bolletta la quota del 7% destinata a remunerazione del capitale investito secondo la norma abrogata dai referendum, venga immediatamente restituita ai cittadini. L’amministrazione è stata spesso assai restia a recepire gli impegni presi in Consiglio, soprattutto se venivano da proposte dell’opposizione, dunque toccherà vigilare per verificare il rispetto dell’OdG. Si tratta tuttavia di un passo avanti, se non altro formale, rispetto ad altre situazioni in Italia. Come è noto, la Regione Puglia ha sostenuto l’impossibilità della restituzione del 7% ai cittadini, motivando il tutto con la necessità di restituire alcuni capitali che la precedente amministrazione regionale aveva preso in prestito per investimenti sull’acquedotto; mentre negli ATO laziale interessati, il socio privato ACEA ha avuto assicurazione che per il momento la quota del 7% non verrà toccata (cfr. Il Sole 24 Ore di domenica 31 luglio). Il tutto in barba alla volontà popolare, che dovrebbe essere sovrana in uno stato democratico. Si vedrà se Campi si accoderà a questi tristi esempi, o se invece terrà fede a quanto disposto sia dal referendum che dal consiglio comunale.
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Ancora sull’acqua, su “chi decide” e “chi guadagna che”

9 gennaio 2011

Forse ricordate la faccenda dell’acqua all’arsenico; ne abbiamo parlato proprio su questo blog. Se ne riparliamo è proprio perché gli sviluppi della vicenda non solo apportano materiale divertente, ma anche istruttivo, sul fatto di come la gestione delle famose società miste pubblico-private genera sia enormi imbrogli e conflitti di interesse; sia guadagni privati (lauti); sia perdite (queste tutte pubbliche, perciò ripianate dagli utenti). Ed ecco la storia.
La vicenda si svolge a Roma e dintorni. A Roma l’acqua è gestita da Acea ed è ottima (non è merito di Acea; era ottima anche prima). Nella zona dei Castelli Romani però è un disastro, perché le percentuali di arsenico sono fuorilegge, e sono riportate nei limiti solo miscelando assieme acque di altre zone. Una zona di possibile importazione di acqua sarebbe l’acquedotto del Simbrivio, zona a sud di Roma dove però il servizio idrico è pessimo, perché l’acquedotto perde da fare paura (capirete, è degli anni Venti e non ha avuto manutenzione). La manutenzione, secondo il solito ritornello che ha portato alla legge Galli e all’affidamento della gestione dell’acqua pubblica alle famose e funeste società miste, non può essere che fatta dai privati, gli unici che hanno i capitali necessari, perché i comuni non hanno più un euro (per forza, dopo i tagli). Dunque anche l’acquedotto del Simbrivio, dopo il 2003, viene affidato in gestione ad Acea e nel frattempo si dispone di liquidare il consorzio pubblico del Simbrivio. Liquidatore viene nominato Massimo Sessa; sarà un caso, ma è un amico di Massimo Balducci (quello delle inchieste sul G8, per intenderci, sulla protezione civile e sui vari affari di Bertolaso). Nel 2005, però, viene fuori che anche nelle acque del Simbrivio c’è un alto asso di arsenico; si rende necessario nominare quindi un secondo commissario, stavolta all’emergenza idrica. Chi viene nominato? Sempre Sessa, che così cumula due cariche. Ma, combinazione bestiale, anche il vicecommissario alla liquidazione cumula due cariche; è Marco Mattei, che oltre che vice-commissario è anche assessore all’ambiente della giunta Polverini. Il 21 dicembre 2010, la regione Lazio affida alla gestione del consorzio del Simbrivio una nuova fonte, quella del Pertuso (che alimenta l’Aniene); ricordate che, a causa della percentuale di arsenico occorre miscelare le acque… Quindi la nuova concessione viene fatta dall’assessore all’ambiente al commissario all’emergenza che per combinazione è anche, nel ruolo di commissario alla liquidazione… il suo capo. In tutti questi intrecci c’è da perdere la testa, se si tiene conto che anche uno dei dirigenti della segreteria tecnica operativa che ha il compito di controllare la gestione del sistema idrico, Massimo Paternostro, ha anche lui un doppio incarico: siede infatti nel collegio commissariale di liquidazione del Simbrivio, che fa capo a Sessa. Quindi il controllore è sua volta subordinato del controllato. In pratiche le stesse persone si danno concessioni e si controllano… da sole.
Ma, potreste obiettare, dov’è lo scandalo? Ed ora arriva la cosa interessante: la concessione di sfruttamento dell’acqua di Pertuso è stata data a un consorzio che è…in liquidazione. Dunque veramente la concessione viene offerta su un piatto di argento ad Acea, che difatti si prepara a venderla nella zona dei Castelli Romani (a un euro al metro cubo) dove, a causa dell’alto contenuto di arsenico, miscelare le acque è diventato indispensabile.
Così la mancanza assoluta di manutenzione negli acquedotti (che invece i famosi privati dovevano intraprendere) è diventata -attraverso un sistema di gestione e di controllo che è nella migliore delle ipotesi opaco- una ricchezza per Acea e una perdita secca per gli utenti, che dovranno pagare di più. Non è una bella storia?.. per chi non abita nei Castelli, si capisce.
Ora andate e dite che non c’è un buon motivo per sostenere il futuro referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua che, si spera, metterà un freno definitivo a questo mercato delle vacche…pardon… delle acque.


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