Non si sono fatte attendere le repliche e quella di Paolo Lombardi la trovo molto esplicativa per capire realmente cosa sono i CIE, a cosa servono e per chi. Quattro domande che tutti ci siamo posti ed alle quali nessuno ha mai dato una risposta completa e precisa. Queste sono le realtà dei CIE alle quali non ci possiamo sottrarre ma che possiamo impedire almeno qui a Campi Bisenzio.
Nell’ottica di un cittadino comune, nella vicenda del CIE, c’è un po’ di confusione; chi è a favore sembra che sia contro, e così via. Proverò a fare, tanto per dare (se ci riesco) un po’ di chiarezza, con quattro punti che rappresentano le principali domande sui CIE:
1 . Che cosa è un CIE?
Sono strutture sorte in base all’art. 12 della Legge 40/1998, primi firmatari i compagni Turco e Napolitano (lo so già che questo farà arrabbiare qualcuno) poi modificata dalla Legge 189/2002 (c.d. Bossi-Fini) e dalla Legge 11125/2008 che ha dato loro la denominazione attuale (prima si chiamavano Centri di Permanenza Temporanea). Queste strutture servono per rinchiudere le persone sottoposte a provvedimenti di espulsione, oppure di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento di espulsione non sia immediatamente eseguibile. Ma attenzione: queste strutture hanno anche lo scopo di permettere l’identificazione di persone potenzialmente passibili di provvedimenti di espulsione. Questo significa che possono essere rinchiuse in un CIE persone che non hanno commesso alcun reato, ma che mancano, semplicemente, di un foglio: il permesso di soggiorno. Da qui, prima chiarificazione: i CIE non servono per combattere la delinquenza – per questo ci sono le carceri. In questi Centri, ci finisce non per qualcosa che si è commesso, ma per qualcosa che si è: ossia un clandestino. Anche qui, però, piano con le parole: clandestino, secondo il dizionario Sabatini-Colletti significa “che ha carattere di segretezza in quanto difforme dalla legge o dalle norme sociali; nascosto, segreto”. Dunque clandestino è qualcuno che ha violato una norma e che perciò è costretto a nascondersi; non qualcosa che è costretto a nascondersi…prima ancora di aver violato una norma giuridica. Nella perversione linguistica che attribuisce la qualifica di clandestino ai reclusi del CIE sta una perversione del diritto; e infatti queste brutte leggi hanno introdotto in Italia qualcosa che non c’era, e che neanche avrebbe mai dovuto esserci: la possibilità di privare della libertà personale chi non aveva commesso alcun reato penale. Si potrebbe obiettare: ma i CIE ci sono in tutta Europa. Peggio: questo dimostra solo che il male è tanto grande che va oltre i confini nazionali. Da qui, seconda chiarificazione: il c.d. reato di clandestinità è un campanello di allarme che non suona per i soli “clandestini”. Oggi si decide che essere clandestini è un reato, a prescindere dalla propria effettiva condotta; che cosa impedisce che domani diventi un reato essere cocchieri, mendicanti, alpinisti, ebrei? Qui c’è poco da ridere; è già successo. Quindi la campana suona per noi.
2 . Chi ci finisce nei CIE?
Ho provato a chiederlo ad alcune persone incontrate per caso alla stazione. Nel più gran novero dei casi, a parte qualcuno che ha azzeccato la risposta: i clandestini, i più hanno risposto: gli extracomunitari. Falso: anche un cittadino statunitense (o canadese, se preferite) è un extra-comunitario. Nessuno però si aspetta di vederlo finire in un CIE – perché se succede, ecco l’ambasciata che interviene e lo fare liberare. Ci finisce dunque nei CIE chi non ha un’ambasciata che interviene, perché a nessuno gliene frega niente. Chi sono costoro? I poveri. Dunque nei CIE ci finiscono i poveri (non i delinquenti poveri, che invece vanno in galera – a meno che non siano deputati o sottosegretari; ma in tal caso non sono poveri). Ma nemmeno questa è la risposta giusta.
La risposta giusta è che nei CIE ci vanno le persone – uomini e donne con storie personali, a volte dolorosissime, che per qualche motivo, di solito non bello, hanno lasciato il proprio paese. Quando parliamo di “extracomunitari”, di “clandestini”, noi parliamo in modo troppo astratto. Parliamo di etichette. Ciò che veramente condannato come reato, sono queste povere storie. A titolo di esempio, eccone una: Faith, nigeriana ventitrenne, fuggita dal suo paese nel 2006 dopo aver subito un tentativo di strupo; difendendosi, aveva trovato un oggetto contundente e aveva rotto la testa del suo violentatore (il padrone, o, come si dice ora, il manager ). La Nigeria è un paese corrotto; è perfino più corrotta dell’Italia. Per la famiglia del manager, ricca e potente, è uno scherzo ottenere una condanna a morte. Così la ragazza scappa, e rifugia (si fa per dire) a Bologna. Scusate se non c’è stato tempo per ottenere un regolare visto di soggiorno. Però qui, nel 2010, una nuova tragedia: un secondo tentativo di stupro. Ancora una volta Faith si ribella, e le urla richiamano la polizia. Nei guai, però, ci finisce Faith; lo stupratore va in carcere (e NON viene espulso), lei al CIE di via Mattei a Bologna, non avendo documenti e nonostante avesse già avviato la sanatoria per le badanti. Viene espulsa martedì 20 luglio (e lo stato italiano le frega pure i 500 euro della sanatoria) per la Nigeria, dove, con ogni probabilità, l’aspetta l’impiccagione. Ecco chi sono i clandestini.
3 . A che cosa servono i CIE?
Almeno qui, la risposta sembra scontata: a combattere l’immigrazione clandestina nell’ambito di una politica migratoria comune tra gli stati UE. Anche qui, ciccia; niente di più falso. Secondo il XV rapporto Caritas sull’immigrazione, a fronte di 105.662 provvedimenti di espulsione nel 2004, solo 7.895 persone presente nei CIE sono state rimpatriate, a fronte di un costo di 500 milioni di Euro. E’ facile dedurne che il sistema dei CIE non funziona, non raggiunge nemmeno gli obiettivi per cui è nato, e ha un costo esorbitante. Già questo dovrebbe chiudere la partita: perché tenere in piedi un sistema che è in palese contraddizione con la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e con la Costituzione Italiana; che è assolutamente inefficace; che ha costi enormi, esorbitanti? Io non dubito del diritto del governo, se ritiene che l’emigrazione sia un problema sociale, di darsi degli strumenti per affrontare tale problema. Si può però dire che il sistema dei CIE è contrario al diritto, contrario alla ragione, contrario all’efficienza e contrario al buon senso? Che i 4 nuovi CIE richiesti dal governo (che aggiungerebbero si e no altri mille numeri a queste cifre) non servirebbero a nulla? O c’è il politichino di turno che si incavola e protesta che lui si informa, mica fa tre chiacchiere al bar??
4 . Chi è contrario al CIE a Campi?
E qui incominciano le dolenti note a farmisi sentire. Qualche posizione netta c’è, a dire al vero tutte contrarie, e tutte leggibili su questo Blog. Ma per il resto, profondo rosso – anzi profondo rozzo. Chi ha incarichi istituzionali, infatti, avrebbe anche il dovere di maggior chiarezza. Ma se l’assessore Nadia Conti, dopo la notizia della richiesta governativa di aprire un CIE a Campi, non seppe fare di meglio, in un intervista radiofonica del 14 luglio 2010, che protestare varie forze politiche (e in particolari sindaci dei comuni adiacenti) si siano espressi a favore di tale localizzazione del Comune di Campi Bisenzio, decidendo per conto e in nome di altro territorio, il sul Manifesto del 22 luglio 2010 (pagina 15) il sindaco Chini dichiarò “Non sono contrario a priori ma sono sicuramente contrario ai CIE così come sono, ovvero indegni di un paese civile”. Ossia la difficoltà sollevata da Chini riguardava non i CIE in sé, come luoghi di incarcerazione di innocenti, ma le condizioni di vita in essi. Come devono dunque essere i CIE degni di un paese civile? Lo stesso Chini l’ha spiegato in un lungo intervento pubblicato sul sito del Comune:
- che sia di piccole dimensioni
- che veda coinvolte, per tutte le varie esigenze di gestione, le associazioni di volontariato che operano in campo sanitario e sociale sin dalla fase iniziale
- che siano garantite al massimo condizioni di vita degne di qualunque essere umano sul piano dei diritti che delle libertà, per esempio con appositi spazi per i diversi culti religiosi
- che sia dotato di un efficiente servizio sanitario che preveda servizi ed attività di tipo culturale, come biblioteche .
Ancora una volta, siamo sul piano della totale astrattezza (a volte si ha l’impressione che questi politici non sappiano nulla di ciò di cui parlano). Parliamo di persone vere e poniamoci sul caso reale della nigeriana Faith: se avesse avuto uno spazio per il suo culto religioso e una biblioteca, avrebbe cambiato qualcosa della sua immensa disperazione? Chi sta per essere rimandato alla fame, alla guerra, alla miseria, trarrebbe un beneficio da tutto ciò? Una biblioteca o un’infermeria cambierebbero qualcosa nelle scene di disperazione che avvengono in questi giorni nel CIE di Torino o di Milano? Anche un bambino di due anni lo capirebbe. Perciò a nulla serve rivendicare un modello toscano più umano e più civile, se non a intorbidare le acque a favore di politici furbacchioni e a confondere i cittadini in una notte hegeliana in cui tutte le vacche sono grigie. Di fronte a problemi che hanno risvolti umani così pressanti, è giusto chiedere a queste forze di deporre ogni doppiezza e di dire sì, se è sì, no se è no, senza nascondersi dietro l’alibi del più umano. Ciò che è in più viene dal diavolo. A Faith, donna nigeriana che invano aveva cercato tra di noi scampo dallo stupro, dovete almeno questo.
Paolo Lombardi